L’industria alimentare in Italia alla prova del Covid-19

da | Set 29, 2020 | Qualità

Le performance delle imprese alla prova del Covid-19

È ormai evidente che la crisi in atto è destinata a infliggere impatti ben maggiori di quelli innescati da quella di origine finanziaria dell’autunno 2008. Sul tavolo, infatti, si profilano, su fronti fondamentali come PIL, export e produzione industriale, dati decisamente peggiori di quelli emersi circa 10 anni fa. La crisi attuale è di natura extra-economica. Per questo motivo non è da escludere che il rimbalzo e l’uscita da essa potrebbero essere più rapidi, almeno sotto l’aspetto commerciale e produttivo.

È ormai evidente che la crisi in atto è destinata a infliggere impatti ben maggiori di quelli innescati da quella di origine finanziaria dell’autunno 2008. Sul tavolo, infatti, si profilano, su fronti fondamentali come PIL, export e produzione industriale, dati decisamente peggiori di quelli emersi circa 10 anni fa. La crisi attuale è di natura extra-economica. Per questo motivo non è da escludere che il rimbalzo e l’uscita da essa potrebbero essere più rapidi, almeno sotto l’aspetto commerciale e produttivo.

Negli ultimi tre anni, l’alimentare si è distinto come comparto fortemente dinamico, sia rispetto all’economia complessiva sia rispetto al settore manifatturiero nel suo insieme; anche nel 2019, in confronto all’anno precedente, la crescita del valore aggiunto è stata del 2%, rispetto al -0,5% del manifatturiero e al +0,3% del PIL. Questa dinamicità non si è trasmessa con pari forza sull’occupazione che, sebbene cresciuta nell’ultimo quinquennio sia nel settore primario (+3,3%) che nell’industria alimentare (+2,4%), lo ha fatto con percentuali inferiori alla media del complesso dell’economia nazionale (+3,9%). Tuttavia, a parziale consolazione, la combinazione di questi elementi ha fatto sì che la produttività del lavoro del comparto abbia avuto un trend particolarmente brillante (+14,2%) posizionando l’alimentare al secondo posto, dopo l’industria chimica, per incremento della produttività del lavoro tra il 2014 ed il 2019.

L’analisi della produzione industriale conferma l’immagine dell’agroalimentare come settore solido. Nonostante il rallentamento del commercio mondiale abbia influito negativamente sui livelli produttivi dell’industria italiana e non, l’indice della produzione dell’industria alimentare negli ultimi anni, con la sola eccezione del 2017, si è posizionato a un livello sempre superiore rispetto al manifatturiero nel complesso; anzi, il buon andamento della produzione dell’industria alimentare nel 2019 è derivato principalmente dalla domanda estera e dalle performance di alcune delle voci del Made in Italy. Gli stessi dazi americani, partiti a ottobre 2019, con maggiorazioni del 25% su un plafond di 500 milioni di export alimentare italiano articolato su liquori e aperitivi, lattiero-caseario e carni preparate, non sono riusciti a frenarne il successo. Così come non era riuscito a farlo sul proprio mercato lo stesso embargo russo. Anche l’emergenza generata dal Covid-19, pur chiaramente percepita dall’industria alimentare che ha mostrato una flessione congiunturale durante la crisi, non ha impedito ai livelli produttivi del Food & Beverage nel complesso dei primi tre mesi dell’anno di rimanere al di sopra di quelli dell’analogo periodo 2019, con un incremento dello 0,8%, contro un calo dell’11,7% del totale manifatturiero.

In tema di ostacoli e problemi che interessano il settore agroalimentare, la ripartizione del valore lungo la filiera rimane certamente uno dei più rilevanti. L’elaborazione della catena del valore dell’ISMEA mette in evidenza un sistema di creazione del valore caratterizzato da una strutturale dipendenza dall’estero per diversi fattori di produzione, da un eccessivo numero di operatori lungo la filiera, asimmetrie dovute al diverso potere contrattuale degli attori coinvolti e da una generale bassa competitività.

Se il settore agricolo, più lontano dalla domanda finale, patisce le inefficienze del sistema, come ormai ampiamente riconosciuto anche dalla PAC dell’Ue, le elaborazioni della catena del valore negli ultimi anni mostrano che anche l’industria alimentare soffre di problemi strutturali e debolezza contrattuale nei rapporti di filiera, risentendo delle oscillazioni e della concorrenza sui mercati. L’osservazione empirica sembra indicare che negli ultimissimi anni questa prevalenza della fase più a valle della filiera abbia intrapreso un percorso di ridimensionamento; fatto sta che gli ultimi dati, ancorché riferiti ad alcuni anni fa, ribadiscono come le relazioni nella filiera siano ancora un argomento critico da affrontare con determinazione. D’altra parte, l’analisi di tutta la filiera mette in evidenza limiti strutturali che interessano – pur a diverse intensità – ogni sua componente, a cominciare da una eccessiva numerosità di micro e piccole imprese.

Il confronto del valore aggiunto medio generato per ogni singola impresa delle diverse fasi della filiera in Italia e nella media UE, fa risultare come soltanto la componente agricola abbia un dato decisamente più rilevante rispetto alla media UE (+50%), mentre in tutte le altre componenti dell’industria alimentare (-45%), della distribuzione (-44%) e della ristorazione (-30%) il dato medio italiano risulti decisamente inferiore rispetto al valore medio europeo. Per quanto riguarda la composizione produttiva, l’88% del fatturato e l’83% del valore aggiunto dell’industria alimentare e delle bevande è generato da 17 comparti che coinvolgono il 46% delle imprese complessive ed il 67% dei dipendenti.

I settori più rilevanti sono due: il lattiero-caseario, al primo posto sia come numero di occupati, sia come fatturato prodotto e valore aggiunto, e la trasformazione ortofrutticola, al secondo posto per tutte e tre le grandezze sopra citate. A seguire gli altri comparti ben noti del Made in Italy alimentare (pasta, elaborati di carne e macellazione, olio, vino, ecc.).

Le buone performance con cui il settore agroalimentare si è distinto negli ultimi anni sono largamente attribuibili alla capacità di espansione sui mercati esteri. La domanda nazionale di beni alimentari e bevande, infatti, è stagnante da oltre un decennio. Tra il 2007 e il 2019, la spesa domestica delle famiglie si è ridotta in termini reali di quasi 16 miliardi di euro nonostante una ripresa nell’ultimo quinquennio. Ma sul mercato interno è la domanda extra-domestica che ha evidenziato un andamento particolarmente favorevole, tanto che nel decennio si è registrato un incremento di circa 5 miliardi di euro raggiungendo una quota del 34% sul totale di oltre 250 miliardi di euro della spesa per alimentari e bevande degli italiani. Si tratta di dinamiche che, pur facendo intravedere taluni elementi positivi, da sole non sarebbero state in grado di sostenere un settore che, invece, ha trovato nei mercati esteri il carburante che ne ha consentito il consolidamento come settore di punta nell’ambito dell’economia nazionale. Le esportazioni di prodotti agroalimentari dell’Italia sono cresciute progressivamente nell’ultimo quinquennio, segnando un +30% nel 2019 rispetto al 2014 e toccando quota 44,6 miliardi di euro. Anche i dati relativi al I° trimestre 2020 dell’alimentare confermano un trend robusto e in costante consolidamento. Sono molti, infatti, gli sbocchi che hanno manifestato crescite trimestrali a due cifre: Germania (+12%), Francia (+12%), Stati Uniti (+12,5%), Russia (+25%), Spagna (+17%), Polonia (+17%), Belgio (+12%), Austria (+12%), Repubblica Ceca (+16%), Turchia (+23%). Questi dati sono estremamente positivi, ma proprio per questo aumentano il rammarico per lo shock subito dai flussi di esportazione a seguito della pandemia. Essa, infatti, ha drasticamente ridimensionato le grandi prospettive di crescita della nostra presenza sui mercati mondiali, interrompendo un salto di qualità molto importante che l’industria alimentare nazionale, a dispetto di tanti ostacoli, stava consolidando.

In definitiva, secondo le stime elaborate dall’ISMEA, sul fronte interno, la crisi Covid-19 impatterà sul settore agroalimentare attraverso un calo dei consumi extra-domestici di circa il 39%, per un ammontare che si aggirerebbe, quindi, attorno ai 34 miliardi di euro. Questo dato non tiene conto di altri fattori di incertezza legati alla recessione econo mica che potrebbero influenzare la domanda delle famiglie, né degli effetti dei provvedimenti di sostegno adottati dal governo. D’altra parte, il buon andamento dei consumi alimentari domestici delle famiglie nel 2020 può compensare, sia pure solo in parte, la riduzione dei consumi fuori casa limitando l’impatto negativo sul settore alimentare e sull’agricoltura. In ogni caso il risultato complessivo sarà differenziato per i diversi prodotti e le diverse componenti delle filiere agroalimentari.

Complessivamente per l’anno 2020, prendendo a riferimento il valore dei consumi 2019 (165 miliardi di euro per consumi di prodotti alimentari e bevande, escluso il tabacco) si considera un possibile aumento dei consumi domestici del 5,6% circa. L’impatto d’insieme sul totale della spesa agroalimentare domestica ed extradomestica delle variazioni ipotizzate (-39% fuori casa; -4% prodotti ittici freschi e decongelati; +6% altri alimentari domestici) potrebbe aggirarsi attorno al -10% per il 2020, pari ad un valore di circa 24 miliardi di euro. I fatti, quindi, confermano il dato positivo di un agroalimentare che negli ultimi anni si è affermato come uno dei settori più robusti e resilienti, anche rispetto alle crisi finanziarie degli ultimi anni, delineando al tempo stesso uno scenario dai confini nebulosi conseguente a una crisi del tutto originale, non finanziaria, i cui impatti si dispiegheranno secondo direttrici ancora in gran parte imprevedibili per un orizzonte temporale che potrebbe variare da alcuni mesi a diversi anni. In tale scenario, analizzare oggi le performance e la struttura economico-finanziaria delle imprese dell’alimentare rischiava di divenire un esercizio sterile a meno di non tentare di orientarlo verso una valutazione sulla capacità di affrontare le incertezze future di uno dei settori più rilevanti della struttura economica del Paese.

In questo spirito, sono stati analizzati i bilanci di 6.400 imprese dell’alimentare, sommando alle imprese industriali anche quelle che per codice ATECO rientrano nell’ambito dell’agricoltura, ma che per dimensione economica, struttura e processi produttivi non si discostano sostanzialmente da altre realtà industriali. Questo è il caso, ad esempio, delle cantine o dei caseifici sociali, così come di imprese di prima lavorazione dei prodotti ortofrutticoli.

Inoltre, sono state considerate solo le imprese attive con bilanci depositati per l’intero periodo dal 2014 al 2018. Se da un lato questo esclude le imprese più giovani, dall’altro garantisce una notevole solidità al campione e una confrontabilità dei dati nel tempo. In totale le imprese analizzate hanno registrato un fatturato complessivo di poco più di 93,4 miliardi di euro e un valore aggiunto pari a 16,3 miliardi di euro. Il numero di dipendenti risulta di circa 231,4 mila unità. Questo significa che il campione riguarda una quota molto importante e rappresentativa dell’agroalimentare italiano nel suo insieme. All’interno del campione i settori che pesano maggiormente sono il lattiero-caseario, che incide per il 15% in termini numerici e per ben il 23,3% in termini di fatturato, e quello del vino che comprende il 21,7% delle imprese e pesa per il 10% del fatturato.

Per quanto riguarda la localizzazione, il 67% delle imprese del campione si trova al Centro- Nord, e il restante 33% nelle regioni meridionali. Le imprese analizzate mostrano chiare differenze nelle specializzazioni produttive, che riflettono anche la loro collocazione territoriale. Nel Centro-Nord un quarto del fatturato complessivo del campione proviene dall’industria lattiero-casearia, poco meno del 10% riguarda il settore del vino e quasi il 16% nell’insieme da carni rosse e lavorazione delle carni. Nel Mezzogiorno le specializzazioni più rilevanti in termini di fatturato sono quelle dell’ortofrutta, che pesa per il 25% sul campione meridionale, del lattiero-caseario (13,7%), della pasta (11,6%) e del vino (11,2%).

Dal punto di vista strutturale, la dimensione media delle imprese è di 36,2 dipendenti, ma oltre il 42% del campione è costituito da micro-imprese con meno di 9 dipendenti, mentre un altro 39% è rappresentato da aziende medio-piccole (10-50 dipendenti). Nel complesso i dipendenti occupati nelle micro e piccole imprese ammontano a 64,2 mila unità, pari al 27,8% del totale. Dimensioni medie con più di 50 dipendenti caratterizzano il settore lattiero-caseario.

L’analisi condotta sui bilanci delle imprese conferma il trend positivo del settore agroalimentare italiano nel quinquennio, con il fatturato del campione che è passato da 81,2 miliardi ai 93,4 miliardi di euro (+15%) a valori correnti. Il confronto territoriale evidenzia una crescita del fatturato differenziata, nel quinquennio, favorevole alle imprese del Mezzogiorno (+17,1%) rispetto a quelle del Centro-Nord (+14,7%) sebbene nel corso dell’intervallo di tempo considerato vi sia un succedersi di sorpassi e contro-sorpassi tra le due circoscrizioni nei diversi anni considerati. Anche il valore aggiunto è cresciuto sensibilmente nel periodo considerato (+15,9%), ma si tratta di un trend che si è gradualmente attenuato, fino ad annullarsi nell’ultimo anno. A differenza del fatturato, il valore aggiunto delle imprese localizzate nel Mezzogiorno è cresciuto più di quello delle imprese situate nel Centro-Nord in tutti gli anni analizzati.

A trainare la crescita del settore alimentare italiano nell’ultimo quinquennio sono stati i comparti della gastronomia e piatti pronti (+32%), dei vini (+29,8%) e degli oli vegetali diversi dall’olio di oliva (+27,5%). Percentuali di crescita maggiori della media hanno caratterizzato anche il caffè e tè, le carni rosse, l’ittico, il lattiero-caseario e la pasta. Un interessante mix di tradizione e innovazione che probabilmente continua a essere il punto di forza del settore nazionale.

Aumenti più modesti del fatturato, ma comunque significativi, sono stati rilevati per olio d’oliva (+11,4%), elaborati di carne (+12,3%), ortofrutta (+13,7%), cioccolateria (+5%). Nel quadro di crescita generale, le imprese che hanno mostrato segni di debolezza e hanno registrato riduzioni del fatturato sono state 1.849.

In base agli indicatori di redditività (ROI e ROE), solvibilità (indice di liquidità e indice di disponibilità) e solidità finanziaria (grado di Indipendenza da terzi e Indice di copertura globale delle immobilizzazioni) è stato calcolato un indicatore sintetico che ha consentito di classificare le imprese del campione in otto gruppi riconducibili, a loro volta, a tre macro-gruppi caratterizzati da un diverso livello di performance e da differenti problematiche. Poiché da un anno all’altro le performance delle imprese possono presentare variazioni sostanziali in termini di redditività, mentre i fattori chiave della solidità patrimoniale e della liquidità sono più stabili nel tempo, la metodologia è stata applicata ai dati medi del periodo analizzato. Le evidenze emerse sono relativamente confortanti.

Per concludere, un segnale incoraggiante è il fatto che a livello territoriale non si osservano grandi differenze nella stima del grado di resistenza alle crisi; anzi, va sottolineato che nel Mezzogiorno l’area delle imprese più robuste è addirittura più ampia, sia pur di poco, includendo il 45% delle imprese a fronte del 42% del Centro-Nord.

Scarica il rapporto ISMEA

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